Nel continuo ipercompatto della società contemporanea, qualsiasi seme di anticonformismo deve considerarsi a tutti gli effetti un tumore in un corpo. E come tale deve comportarsi.
Qualunque movimento voglia mettere radici profonde all'interno del tessuto sociale, si deve considerare un tumore che attecchisce su di un organismo ostile.
Quando il tumore si sarà ingrossato, avrà sviluppato delle opportune metastasi, solo allora il corpo sociale si porrà il problema. E forse sarà troppo tardi.
Cos'è un tumore (qui copio pari-pari da wikipedia per pigrizia):
- acquisizione dell'autonomia moltiplicativa per sopravvenuta incapacità a sottostare ai meccanismi regolatori della proliferazione cellulare;
- assenza di inibizione dipendente dalla densità (le cellule normali si moltiplicano fino a una definita densità cellulare, raggiunta la quale diventano quiescenti);
- ridotta capacità di adesione con altre cellule o componenti tissutali;
Qui si può tranquillamente parlare di "asocialità" o termini affini
- assenza di matrice extracellulare (spesso digerita da proteasi) che favorisce l'invasione di tessuti normali adiacenti;
La cellula tumorale deve essere quindi aggressiva
- angiogenesi: formazione di nuovi vasi sanguigni per fornire ossigeno e fattori nutritivi alle cellule tumorali;
La cellula tumorale deve essere autonoma!
- riduzione o perdita della capacità differenziativa;
- acquisizione della capacità di replicazione illimitata per effetto dell'espressione della telomerasi;
- riduzione o perdita della possibilità di andare incontro a morte cellulare programmata (apoptosi).
- perdita della cosiddetta inibizione da contatto.
E' interessante notare che mentre sui punti 3,4,5 mi trovo grossomodo a mio agio nel fare un parallelo fra la cellula tumorale e il movimento sociale, per i punti 1,2,6,7,8,9 incontro qualche difficoltà.
Assenza di inibizione, autonomia moltiplicativa, riduzione della differenziazione, replicazione illimitata, tutti meccanismi di controllo che sono presenti in un corpo umano ma che a me sembrano invece assenti in un corpo sociale. E se a questo punto fosse il corpo sociale un enorme e gigantesco
tumore?
Credo che la medicina abbia molto da insegnare da questo punto di vista.
In entrambi i casi: se considero la società un corpo e l'eversione della stessa una forma tumorale, allora mi devo occupare delle proprietà del tumore. Se mi risolvo a considerare la società un tumore, e quel poco di essa che non è ancora stata intaccata il residuo di un
corpo, allora dovrò indagare sui metodi per combattere il tumore. Di certo, questa è la via che mi sembra più difficile...
Mi piacerebbe sapere quale deve essere il
minimo sistema economico.
Ossia: per garantirsi una sopravvivenza decorosa coi frutti del proprio lavoro, di quale minimo sistema economico si deve disporre?
In altre parole, ci deve essere qualcuno che ti fornisce da mangiare se tu di tuo non coltivi nulla. Di conseguenza hai bisogno di un tot di terra coltivata, e di strutture per poterla coltivare.
Se non produci di che vestirti, ci deve essere qualcuno che lo fa per te. Se desideri scrivere qualcosa, ci deve essere qualcuno che ti dà la carta. Se vuoi usare un mezzo ormai diffusissimo come
questo computer, devi per forza di cose accettare l'esistenza di tutto il sistema economico che rende possibile il computer. Se riesci a fare a meno del computer, e se riesci a fare a meno anche del televisore, ti resta il giornale. E qui siamo di nuovo nei guai, perchè il giornale è una realtà talmente
di massa che comprare un giornale per te può significare solo questo: entrare in contatto con l'enorme economia che sta dietro alla produzione di un giornale. Come si può vedere, il minimo sistema economico si sta facendo grande a dismisura. Prendiamo in considerazione il problema dei trasporti: se vuoi dotarti di una automobile, dovrai per forza di cose accettare l'altrettanto enorme, colossale sistema economico dell'auto. E accanto a quello, a braccetto, sta quell'altro enorme, enormissimo sistema economico, quello del petrolio e della benzina.
Avere un'automobile significa accettare l'esistenza di un percorso di estrazione del petrolio da un giacimento petrolifero, di raffinazione dello stesso in una raffineria, poi trasporto e via dicendo.
Ovvio che l'estrazione del petrolio implica quella colossale questione di affari che ha tanto peso oggi sugli equilibri internazionali - anche qui il discorso si fa ciclopico...
Sfioriamo così continuamente vette altissime nel nostro volo pindarico verso la definizione di un
sistema economico minimo.
Sappiamo che al giorno d'oggi il mondo è diventato (più di quanto non lo fosse prima, ad essere precisi)
complesso: ossia
ogni cosa interagisce con ogni altra cosa.
Ovviamente l'interazione si può fare più o meno intensa a seconda della distanza o di altre variabili ma non è questo il punto. Ciò che importa è che comprando l'automobile, e andando in auto, contribuisco a sostentare il sistema economico che a quanto pare è responsabile dello stato di malessere di popolazioni del terzo mondo (e chi dice "paesi in via di sviluppo" è un coglione).
A questo punto si pone il dilemma: come fare? Interrompere il flusso dei trasporti? Sembra una cosa insormontabile, ma ci sarebbe una soluzione: per esempio fare il pieno nelle stazioni di servizio rifornite da compagnie che agiscano in Europa, con petrolio estratto in Europa.
Certo questo accade se si pensa che il petrolio sia un elemento di politica "imperialistica" da parte dei paesi sviluppati nei confronti di quelli sottosviluppati. Se invece si ritiene che l'estrazione del petrolio porti ricchezza, benessere etc
in loco, allora l'agire sarà orientato in senso opposto.
Credo che mai nella storia l'uomo si sia trovato nella condizione di dover
riflettere su come consumare.
Le economie medievali erano piuttosto chiuse. Quelle antiche si basavano sulle merci, sui mercati. Anche in quel caso c'era chi sgobbava e chi "faceva i soldi": contadini e mercanti avevano due destini ben differenti. Così è stato anche nel medioevo. Il mercatare dell'epoca moderna è stato una delle forme più meschine di profitto: cianfrusaglie ai capitribù africani in cambio di schiavi (un uomo per una manciata di perline!), schiavi in cambio di tè, tè in patria: al netto, quintali di preziosissimo tè sono costati manciate di perline. Anche quel periodo s'è caratterizzato per la chiusura dei mercati: s'è parlato di
mercantilismo. Le famore
compagnie delle Indie (orientali, occidentali, inglesi, francesi, olandesi) erano un po' quelle mega-corporazioni di cui si favoleggia in certi film o romanzi di fantascienza, un misto cioè di impresa economica, forza armata e corpo politico. La compagnia cioè faceva soldi, sparava cannoni e governava territori, con il beneplacito delle corone di appartenenza: davvero affascinante.
Con la rivoluzione industriale, certi meccanismi non erano più ammessi: controproducenti!
Mercantilismo? Un orrore. Protezionismo? Sia mai! Infatti, l'imperativo di una qualunque logica di tipo liberista e capitalista è "
allargamento dei mercati":
volente o nolente, tu devi lavorare, produrre, ma soprattutto spendere, consumare.
L'uomo al giorno d'oggi non è più nato per sopravvivere, per dare il contributo alla sua comunità. L'uomo è cacciato in un contesto di comunità molto più ampio e per certi versi credo io squilibrato, del tutto sproporzionato rispetto a quelli che sono i suoi metri.
Anche adesso la
società esige che il singolo dia il suo contributo, anche oggi
tutti pretendono che
ciascuno faccia il proprio
dovere: ossia che partecipi dello sforzo globale della società.
Il problema però è che non si vede più il senso di tutto ciò. La logica del profitto a tutti i costi, volenti o nolenti, è penetrata in ognuno di noi.
Ognuno di noi: anche quelli che si sentono campioni della critica e dell'essere "contro" sono in realtà partecipi della mentalità comune, che è il più sotterraneo esempio di conformismo.
Mi spiego meglio: si è
contro il sistema economico, contro il capitalismo, il consumismo etc etc eppure succede che nel fare i nostri ragionamenti ci si esprime in questi termini: si parla di "tempo perso", di "utilità", riferendosi a qualunque cosa, oggetto, sapere, persona, a tutto ciò che esiste si può associare la specifica di "utile" o "inutile". Si effettua una terribile dicotomia del mondo, che del resto non è nulla di nuovo sotto il sole (il primo uomo senziente della Terra, molto probabilmente, guardando il mondo con occhi diversi avrà cominciato a separare in "utile" e "inutile") - ciò che secondo me cambia sono i principi in base ai quali si applica quell'utile.
Non credo si faccia abbastanza attenzione al fatto che l' "utile" di per sè non ha senso. Una cosa, se è utile, deve essere utile
in funzione di qualche altra cosa. La donna è "utile" per la riproduzione, per esempio.
Un punto di vista così aberrante impone l'invenzione di un palliativo! L'amore, si intende. O per meglio dire, una certa retorica dell'amore. Del resto, per una donna, essere considerata un utile è quanto di più odioso ci possa essere! Per quale motivo? Perchè si sentono vittime della stessa società di cui sono artefici!
Ammettono che ci sia l'utilitarismo, ma non lo tollerano se applicato ad esse. Il che, diciamocelo, è un atteggiamento molto poco serio - e scarsamente coerente. (*** - in fondo al post)
Tornando al punto: sull'utile non c'è granchè da discutere, ma sul "utile a che cosa" invece SI.
Questo spalanca la porta su di una serie di considerazioni interessantissime e molto molto complesse: cioè sulla
ridefinizione dei valori di una società.
Ma torniamo all'Ottocento.
Nell'ottocento il mercato chiuso non è più desiderabile. Per quale motivo? Presto detto: le scoperte tecnologiche rendono la produzione molto più massiccia e a costi molto minori. Ma si dovrà pur trovare qualcuno a cui vendere tutto questo prodotto vero? Ecco dunque che per la prima si sente l'esigenza di allargare i mercati... La politica dell'imperialismo dunque portò al colonialismo: Africa e Asia soggette alle leggi economiche europee. India, Cina, Commonwealth, impero coloniale inglese. Etc etc.
Quando i mercati diventano comunque troppo stretti, ecco affiorare le tensioni. Prima guerra mondiale. Periodo post-bellico, crisi del '29. Totalitarismi, seconda guerra mondiale. Guerra fredda. Lotta fra due sistemi economici: quello capitalista occidentale, e quello pianificato russo.
Inevitabilmente perdente esce quello russo. Faceva paura, ma non era destinato a durare, perchè intrinsecamente non competitivo.
Sul ruolo della speculazione.
Cos'è la speculazione edilizia?
Se tu non riesci a vederci chiaro, non è perchè non c'è nulla: è soltanto perchè non riesci a farti un'idea globale della cosa, la cosa nella sua globalità ti sfugge. Se tu quindi senti la necessità di riportare tutto ai tuoi orizzonti, di ricostruire "in piccolo", è perchè non riesci a cogliere il più grande, ciò che sta più oltre.
(***) = come risolvo la questione. Tiriamo in ballo l'antico adagio, che l'uomo pensa solo a scopare e dopo che s'è tolto la voglia non ne vuole più sapere della donna. Ebbene, sembra quasi che concedere le proprie grazie a un uomo sia quasi sinonimo di sconfitta. L'atto sessuale in sè diventa un disonore.
Con il che, la femmina media italiana dimostra di non aver fatto minimamente un passo avanti rispetto a quella concezione della donna che tanto disprezza in quanto apertamente maschilista. Cioè per molte donne il sesso è ancora un momento dove sembra quasi che a godere sia soltanto l'uomo!
Tutto ciò, inevitabilmente, è stato rafforzato da una sterminata serie di retoriche idiote, del tipo che "il matrimonio è la prigione dell'uomo" tanto per intenderci.
Eppure Pasolini parla in una sua poesia, che mi ha colpito tantissimo, di uomini che un tempo trascorrevano la loro adolescenza senza pensare ad altro che alla donna di cui si sarebbero presi cura, che avrebbero amato. Di certo la classica definizione di macho latino, non vi pare?
Credo che il fenomeno del "maschio italiano" sia una delle tante invenzioni idiote (perchè di cose idiote ne hanno fatto davvero parecchie, i cari anglici) del popolo anglosassone.
Torniamo alla questione del tè e del tabacco:
non vi sembra immensamente stupido che milioni di neri siano stati sfruttati sino alla morte siccome i nobiluomini e le nobildonne d'Europa volevano fumare il sigaro e bere il tè alle cinque?
Insomma, il maschio italiano è frutto idiota della retorica anglosassone. La cosa più orrenda, è che ce lo siamo preso pari pari questo stereotipo, e abbiamo cancellato il nostro passato per metterci l'etichetta che gruppetti di ochette con le lentiggini e la parlata bofonchiante hanno cominciato a diffondere inter nos. Che dire, l'Italia ha scoperto il mondo, e non ha capito più un cazzo. Un po' la storia degli anni del boom economico - il periodo, secondo me, in cui è nata questa idiozia.