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sabato, 11 luglio 2009

milleeunanotte

Dopo il “Decameron” e i “Racconti di Canterbury”, Pasolini conclude il ciclo della cosiddetta Trilogia della Vita con “Il fiore delle mille e una notte” ('74). Penultima pellicola dell'intellettuale bolognese, si tratta dell'adattamento cinematografico di alcune fra le meno famose (scelta non casuale) novelle della raccolta omonima.
Le storie, come è nello stile della raccolta, si intrecciano le une con le altre, creando quel gioco di scatole cinesi che accompagna dolcemente lo spettatore attraverso le vicende dei vari personaggi: alcune tragiche, la maggior parte a lieto fine.
Fra queste, la principale ha come protagonista il giovanetto Nur-ed-Din, che cerca disperatamente la sua schiava Zumurrud, fatta rapire da un invidioso e permaloso riccone. Tutt'attorno ruotano altre vicende: quella del talentuoso principe innamoratosi perdutamente di una glaciale principessa, che si scioglierà
giustamente fra le sue braccia (perché, come sarà chiaro più avanti, è l'amore che deve trionfare) nel momento in cui un sogno profetico riceverà l'illuminante interpretazione – poi c'è la storia di Aziz (impersonato da Ninetto Davoli), che nel giorno del suo sposalizio si innamora di una donna misteriosa, e si lascia coinvolgere da questa in un sofisticatissimo e fatale gioco amoroso – e le storie di due eremiti e vagabondi, ciascuno con la sua colpa da espiare, imposta dalla ineluttabilità del destino.

Un fatto emerge prepotente dalla visione di questo film: che, come in tutte le favole, l'amore trionfa sempre. Anche quando la conclusione è tragica, è comunque l'amore ad uscirne indiscusso vincitore, perché odi, invidie, gelosie, violenze e rancori non possono spegnere la fiamma: possono solo distruggere la manifestazione esteriore di questo amore, dando la morte ai corpi o mutilandoli irreparabilmente, ma il sentimento resta purissimo ed intaccato, nulla ha potere su di esso.
E' questa la quintessenza della
voluttà.
Gli uomini e le donne di questi deserti, oasi e città misteriose, si fanno fedelissimi seguaci del dogma amoroso, al quale consacrare con entusiasmo la vita tutta, dalla gioventù alla vecchiaia, e di conseguenza diventano vigorosi oppositori di ogni sua negazione: non sono ammesse sfumature, non si ingoiano rospi in nome di un qualche “principio di realtà”. Di qui la
calma che si manifesta eloquente nonostante le tante pene e tribolazioni, insomma le passioni: in altre parole, ma il senso del discorso è sempre quello, questa calma deriva dall'accettazione delle regole della (vera) vita e dall'adesione gioiosa e senza riserve ad essa. Non c'è spazio per lo scetticismo e per le esitazioni, il cuore è sempre oltre l'ostacolo.
Così con questo film Pasolini può dare sfogo al suo
eros inesauribile, cogliendo l'occasione del rappresentare una storia totalmente scevra da ogni riferimento spaziale, culturale e temporale della sua (e nostra) contemporaneità, per celebrare un trionfo senza eguali del principio di piacere.
Si chiude il cerchio pensando al
lusso dei corpi, che fanno splendida mostra di sé, nudi e senza falsi pudori. Lusso che è insieme sincerità e innocenza, quelle qualità tanto care a Pasolini che lo spingevano a ricercare l'essere umano autentico nei luoghi non ancora corrotti dal cancro della modernità: le borgate romane, o la rurale Casarsa, in Friuli. E poi inevitabilmente il Terzo Mondo: l'Africa, lo Yemen, l'Etiopia, il Nepal, l'India e l'Iran, i luoghi cioè dove “Il fiore delle mille e una notte” è stato girato.

Ebbro di tanta bellezza, rinvigoritosi dopo questo tuffo nella fontana dell'eterna giovinezza, Pasolini trovò le forze per concepire l'assalto frontale ai suoi mulini a vento, cioè il consumismo, il qualunquismo, l'ipocrisia di certo modo di condurre la vita borghese: nacque “Salò o le 120 giornate di Sodoma” ('75), e venne (quasi come conseguenza logica!) la morte. Si potrebbe romanticamente concludere che nella sfida titanica fra un uomo e un “sistema” fu giocoforza l'uomo a soccombere, ma come nel suo “Fiore” il sentimento d'amore non si guasta mai, così la sua opera tutta si conserva intatta e inalterabile, come un diamante nelle viscere di una oscura terra.

postato da: umbelizeIT alle ore 01:05 | Link | commenti
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sabato, 04 luglio 2009
Non si ostacola l'amore - quanti ostacolano l'amore sono criminali e commettono il crimine più grave di tutti; non c'è condanna e pena per chi si macchia di questa colpa, ma le conseguenze del suo atto possono essere le più terribili, nel momento in cui dovrà fare i conti con l'odio e la violenza di chi non accetta che le sue sacre volontà non vengano rispettate.

E' vero: una persona che è capace di amare non ha paura di amare, non si preoccupa se l'oggetto/soggetto del suo amore non gli/le corrisponde, non si lascia accecare dalle differenze, dagli ostacoli, supera ogni difficoltà e ogni incomprensione. Una persona che ama è come un masso che precipita per il versante di una valle, essa è inarrestabile.
SIA CHIARO: QUI NON SI TRATTA di amore nel senso di ACCETTAZIONE dell'amato/a così come esso è o altre oscenità partorite dalle menti ottuse della società contemporanea: l'amore è una forza così possente che distrugge ogni paura nell'altro e rimuove ogni ostacolo con la stessa potenza di un'ondata di piena che si abbatte su di un ponte.
L'amore non è un passare oltre, l'amore è un invadere con corposa irruenza l'altro.
Non ci sono limiti alle possibilità dell'amore nel senso che nulla è ad esso precluso, ha sempre successo e non si pone limiti nell'orientare i soggetti/oggetti della propria scelta.
In amore non esistono anime gemelle, l'amore non è fatto su misura, l'amore non ha misura.

E' l'amore che ci rende forti e ci dà la forza per creare e per affrontare (non accettare!) la vita e per costruire la vita nostra e dei nostri discendenti.

Sogno di una notte di mezza estate?
postato da: umbelizeIT alle ore 23:43 | Link | commenti (3)
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lunedì, 04 maggio 2009
L'amore è bisogno: ciò che importa dunque nell'amore è di saper riconoscere i propri bisogni, quelli più intimi si intende, ossia più profondi. Se le persone tendono a mentire a se stesse, voltando lo sguardo quando questi bisogni, più o meno prepotentemente, si mostrano, allora inganneranno anche gli altri.
Se le persone si gettano in iniziative che chiedono loro troppe risorse, spinti dall'ambizione e dalla paura di "essere nessuno", accadrà che non avranno più le risorse necessarie a risolvere l'unico problema vero nel mare di problemi falsi in cui si saranno barcamenati: il problema dell'individuo.
Non si dovrebbe tentare ogni volta di fare il passo più lungo della gamba.
Certe cose non si insegnano a scuola, di qualunque scuola si tratti.

Aggiornamento del 30 aprile 2009
Dopo cinque mesi circa dal giorno in cui scrissi quelle cose, ecco cosa leggo di Fromm in merito a questo fatto:
"Il primo passo è di convincersi che l'amore è un'arte così come la vita è un'arte [...]. Quali sono i passi necessari per imparare un'arte? Possiamo dividere il processo in due parti: teoria e pratica. [...] Ma, oltre a conoscere teoria e pratica, c'è un terzo fattore necessario per diventare maestro in qualunque arte: non deve esserci al mondo nient'altro di più importante. [..] E forse, qui sta la risposta alla domanda perchè la nostra civiltèà cerca così disperatamente d'imparare quest'arte, ad onta dei suoi fallimenti; nonostante la ricerca disperata d'amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuna per conoscere l'arte dell'amore.
Può darsi che solo queste cose siano considerate degne di essere apprese da chiunque voglia guadagnare denaro e prestigio, e che l'amore giovi "solo" all'anima e sia un lusso, richiedendo spreco di energia".

Postilla a posteriori:
L'amore è una di quelle tante questioni che vengono (gravissimamente a torto) considerate "intuitive" per cui quindi le persone sanno già da loro come ci si deve comportare in materia d'amore: salvo poi dare  invariabilmente la colpa all'altro/a quando le cose vanno a schifio. Ovviamente se si considera l'amore una questione d'intuito/istinto, si nega in partenza che sia da considerarsi un'arte e che dunque si debba impararla, con il che giustificando o perlomeno dando pienamente via libera all'impiego delle risorse negli altri campi dove invece c'è "veramente" da imparare: cioè successo, prestigio, denaro, potere.
Tombola.
postato da: umbelizeIT alle ore 23:32 | Link | commenti (3)
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lunedì, 17 novembre 2008
Basta con tutta questa volgarità
postato da: umbelizeIT alle ore 23:40 | Link | commenti (2)
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domenica, 16 novembre 2008
L'amore è bisogno: ciò che importa dunque nell'amore è di saper riconoscere i propri bisogni, quelli più intimi si intende, ossia più profondi. Se le persone tendono a mentire a se stesse, voltando lo sguardo quando questi bisogni, più o meno prepotentemente, si mostrano, allora inganneranno anche gli altri.
Se le persone si gettano in iniziative che chiedono loro troppe risorse, spinti dall'ambizione e dalla paura di "essere nessuno", accadrà che non avranno più le risorse necessarie a risolvere l'unico problema vero nel mare di problemi falsi in cui si saranno barcamenati: il problema dell'individuo.
Non si dovrebbe tentare ogni volta di fare il passo più lungo della gamba.
Certe cose non si insegnano a scuola, di qualunque scuola si tratti.

Aggiornamento del 30 aprile 2009
Dopo cinque mesi circa dal giorno in cui scrissi quelle cose, ecco cosa leggo di Fromm in merito a questo fatto:
"Il primo passo è di convincersi che l'amore è un'arte così come la vita è un'arte [...]. Quali sono i passi necessari per imparare un'arte? Possiamo dividere il processo in due parti: teoria e pratica. [...] Ma, oltre a conoscere teoria e pratica, c'è un terzo fattore necessario per diventare maestro in qualunque arte: non deve esserci al mondo nient'altro di più importante. [..] E forse, qui sta la risposta alla domanda perchè la nostra civiltèà cerca così disperatamente d'imparare quest'arte, ad onta dei suoi fallimenti; nonostante la ricerca disperata d'amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuna per conoscere l'arte dell'amore.
Può darsi che solo queste cose siano considerate degne di essere apprese da chiunque voglia guadagnare denaro e prestigio, e che l'amore giovi "solo" all'anima e sia un lusso, richiedendo spreco di energia".

Postilla a posteriori:
L'amore è una di quelle tante questioni che vengono (gravissimamente a torto) considerate "intuitive" per cui quindi le persone sanno già da loro come ci si deve comportare in materia d'amore: salvo poi dare  invariabilmente la colpa all'altro/a quando le cose vanno a schifio. Ovviamente se si considera l'amore una questione d'intuito/istinto, si nega in partenza che sia da considerarsi un'arte e che dunque si debba impararla, con il che giustificando o perlomeno dando pienamente via libera all'impiego delle risorse negli altri campi dove invece c'è "veramente" da imparare: cioè successo, prestigio, denaro, potere.
Tombola.
postato da: umbelizeIT alle ore 19:43 | Link | commenti
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domenica, 16 novembre 2008
Thoreau dice:
"molti uomini hanno vita di quieta disperazione"
postato da: umbelizeIT alle ore 17:06 | Link | commenti
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venerdì, 14 novembre 2008
Riferendosi al trittico Decameron, Racconti di Canterbury e Fiore delle mille e una notte, Pasolini racconta:
”Poi ho fatto questo gruppo che io chiamo 'trilogia della vita', cioè i film sulla fisicità umana e sul sesso. Questi film sono abbastanza facili, e io li ho fatti per opporre al presente consumistico un passato recentissimo dove il corpo umano e i rapporti umani erano ancora reali, benché arcaici, benché preistorici, benché rozzi, però tuttavia erano reali, e opponevano questa realtà all'irrealtà della civiltà consumistica. Ma anche questi film sono stati in un certo senso superati, resi vecchi dalla tolleranza della civiltà dei consumi”.
Era chiaro l'intento e lo si coglie subito anche solo vedendo il Decameron. Da come il pubblico odierno, dell'età mia, recepisce anche soltanto il suo Decameron, si capisce che qui il Pier Paolo è stato troppo severo con se stesso e che le sue fatiche non sono state vane. Certo, oggi c'è il porno, ma pornè (termine greco) è prostituzione non amore, e chiunque con un anche minimo di senno capirebbe che di volgare nella trilogia della vita non c'è proprio nulla. E' forse proprio per questo che molti colti e civili miei contemporanei non tollerano la visione dei film di Pasolini: abituati come sono alla volgarità, e ad accoppiare la volgarità al sesso (quello esibito, perlomeno), ed assuefatti ormai al sottofondo di menzogna/maschera di ogni manifestazione piccolo-borghese, non tollerano la sincerità di un film come il Fiore delle mille e una notte. Il lettore credo troverebbe poco da dire se avanzassi l'ipotesi che sincerità può essere tranquillamente associata all'arcaico, rozzo e preistorico cui fa riferimento il Pier Paolo. Al giorno d'oggi siamo abituati a ben altre situazioni, a un pronunciato senso della forma, in nome di una astrazione molto maggiore della nostra società rispetto alla sua precedente. Con linguaggio moderno infatti, si dovrebbe definire la civiltà dei consumi non irreale, come dice qui il Pier Paolo, bensì più astratta di quella ad essa precedente.
Ricordo come colsi già più di un anno fa questa diversità di vedute e la espressi affiancando le immagini di una superleccata Lana nel Superman quella stupida serie di cui non ricordo nemmeno il nome, e una delle tante rozze e arcaiche, e sporche anche, femmine decameroniane.
Ho parlato di Pasolini quest'estate a un mio amico che non lo conosceva: non ho potuto che definire i suoi film "sporchi", e ho detto che è proprio questo che me lo rende così affascinante, senza che ci sia sotto nessun senso della perversione. Non guardo Pasolini perchè mi piace il sesso sporco, altrimenti sarei un appassionato del porno bizzarro. Guardo Pasolini perchè quel sesso sporco mi dà coscienza del fatto che esiste un altro modo di essere uomini, e che questo modo che per molti pare così disgustoso, a me sembra invece sommamente dignitoso. E perchè in quello sporco c'è della poesia, quella appunto della dignità ed umanità ingombrante delle persone che vi sono ritratte: è per questo che dà tanto fastidio al contemporaneo, perchè egli privo di umanità e dignità sente la sua carenza ed essendo un vile non ha modo di reagirne che non distogliendo lo sguardo (cambiando canale.....).
Io credo che di nuovo Pasolini sia stato troppo severo con se stesso, quando disse che non riuscì a scrivere una riga sola veramente critica nei confronti della borghesia italiana. Forse scrivere no, del resto io confesso di non conoscere quasi per nulla la produzione letteraria di Pasolini, ma sono convinto che con i suoi film abbia invece colto perfettamente nel segno.
Del resto come non pensarla così, quando persino una tua professoressa del liceo (supplente di filosofia all'ultimo anno) ebbe il coraggio di esprimere disgusto in tempi non sospetti in merito ai film di Pasolini? Quanta stupidità.
Sempre in merito alla stupidità, molti imbecilli nel mondo anglosassone definirebbero per esempio il Decameron "weird" - .
Per concludere, e dimostrare una volta di più che i film di Pasolini sono ben più efficaci di quanto egli stesso probabilmente non abbia pensato, vorrei rilevare come una domenica sera di qualche mese fa mi trovai a vedere con un conoscente di vecchi tempi il celebre Salò: il ragazzo in questione appassionato di splatter e compagnia a fine pellicola non era così soddisfatto della violenza a buon mercato cui assistemmo per tutta la durata del film - credo che la subì, anzi, come la subii anch'io del resto. E' quello un film violento, gore splatter o come cazzo lo si voglia chiamare, ma non è mai ridicolo.

Ho visto di recente su youtube i video di sue interviste, partecipazioni a trasmissioni tv,
postato da: umbelizeIT alle ore 22:45 | Link | commenti
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venerdì, 14 novembre 2008
Preferisco l'infelicità all'alienazione. Delle due, è più umana la prima.
Per la prima ci vuole volontà; la seconda la volontà la nega.
postato da: umbelizeIT alle ore 12:15 | Link | commenti
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martedì, 11 novembre 2008
Nel continuo ipercompatto della società contemporanea, qualsiasi seme di anticonformismo deve considerarsi a tutti gli effetti un tumore in un corpo. E come tale deve comportarsi.
Qualunque movimento voglia mettere radici profonde all'interno del tessuto sociale, si deve considerare un tumore che attecchisce su di un organismo ostile.
Quando il tumore si sarà ingrossato, avrà sviluppato delle opportune metastasi, solo allora il corpo sociale si porrà il problema. E forse sarà troppo tardi.
Cos'è un tumore (qui copio pari-pari da wikipedia per pigrizia):
  1. acquisizione dell'autonomia moltiplicativa per sopravvenuta incapacità a sottostare ai meccanismi regolatori della proliferazione cellulare;

  2. assenza di inibizione dipendente dalla densità (le cellule normali si moltiplicano fino a una definita densità cellulare, raggiunta la quale diventano quiescenti);

  3. ridotta capacità di adesione con altre cellule o componenti tissutali;
    Qui si può tranquillamente parlare di "asocialità" o termini affini
  4. assenza di matrice extracellulare (spesso digerita da proteasi) che favorisce l'invasione di tessuti normali adiacenti;
    La cellula tumorale deve essere quindi aggressiva
  5. angiogenesi: formazione di nuovi vasi sanguigni per fornire ossigeno e fattori nutritivi alle cellule tumorali;
    La cellula tumorale deve essere autonoma!
  6. riduzione o perdita della capacità differenziativa;

  7. acquisizione della capacità di replicazione illimitata per effetto dell'espressione della telomerasi;

  8. riduzione o perdita della possibilità di andare incontro a morte cellulare programmata (apoptosi).

  9. perdita della cosiddetta inibizione da contatto.

E' interessante notare che mentre sui punti 3,4,5 mi trovo grossomodo a mio agio nel fare un parallelo fra la cellula tumorale e il movimento sociale, per i punti 1,2,6,7,8,9 incontro qualche difficoltà.
Assenza di inibizione, autonomia moltiplicativa, riduzione della differenziazione, replicazione illimitata, tutti meccanismi di controllo che sono presenti in un corpo umano ma che a me sembrano invece assenti in un corpo sociale. E se a questo punto fosse il corpo sociale un enorme e gigantesco tumore?

Credo che la medicina abbia molto da insegnare da questo punto di vista.
In entrambi i casi: se considero la società un corpo e l'eversione della stessa una forma tumorale, allora mi devo occupare delle proprietà del tumore. Se mi risolvo a considerare la società un tumore, e quel poco di essa che non è ancora stata intaccata il residuo di un corpo, allora dovrò indagare sui metodi per combattere il tumore. Di certo, questa è la via che mi sembra più difficile...

Mi piacerebbe sapere quale deve essere il minimo sistema economico.
Ossia: per garantirsi una sopravvivenza decorosa coi frutti del proprio lavoro, di quale minimo sistema economico si deve disporre?
In altre parole, ci deve essere qualcuno che ti fornisce da mangiare se tu di tuo non coltivi nulla. Di conseguenza hai bisogno di un tot di terra coltivata, e di strutture per poterla coltivare.
Se non produci di che vestirti, ci deve essere qualcuno che lo fa per te. Se desideri scrivere qualcosa, ci deve essere qualcuno che ti dà la carta. Se vuoi usare un mezzo ormai diffusissimo come questo computer, devi per forza di cose accettare l'esistenza di tutto il sistema economico che rende possibile il computer. Se riesci a fare a meno del computer, e se riesci a fare a meno anche del televisore, ti resta il giornale. E qui siamo di nuovo nei guai, perchè il giornale è una realtà talmente di massa che comprare un giornale per te può significare solo questo: entrare in contatto con l'enorme economia che sta dietro alla produzione di un giornale. Come si può vedere, il minimo sistema economico si sta facendo grande a dismisura. Prendiamo in considerazione il problema dei trasporti: se vuoi dotarti di una automobile, dovrai per forza di cose accettare l'altrettanto enorme, colossale sistema economico dell'auto. E accanto a quello, a braccetto, sta quell'altro enorme, enormissimo sistema economico, quello del petrolio e della benzina.
Avere un'automobile significa accettare l'esistenza di un percorso di estrazione del petrolio da un giacimento petrolifero, di raffinazione dello stesso in una raffineria, poi trasporto e via dicendo.
Ovvio che l'estrazione del petrolio implica quella colossale questione di affari che ha tanto peso oggi sugli equilibri internazionali - anche qui il discorso si fa ciclopico...
Sfioriamo così continuamente vette altissime nel nostro volo pindarico verso la definizione di un sistema economico minimo.
Sappiamo che al giorno d'oggi il mondo è diventato (più di quanto non lo fosse prima, ad essere precisi) complesso: ossia ogni cosa interagisce con ogni altra cosa.
Ovviamente l'interazione si può fare più o meno intensa a seconda della distanza o di altre variabili ma non è questo il punto. Ciò che importa è che comprando l'automobile, e andando in auto, contribuisco a sostentare il sistema economico che a quanto pare è responsabile dello stato di malessere di popolazioni del terzo mondo (e chi dice "paesi in via di sviluppo" è un coglione).
A questo punto si pone il dilemma: come fare? Interrompere il flusso dei trasporti? Sembra una cosa insormontabile, ma ci sarebbe una soluzione: per esempio fare il pieno nelle stazioni di servizio rifornite da compagnie che agiscano in Europa, con petrolio estratto in Europa.
Certo questo accade se si pensa che il petrolio sia un elemento di politica "imperialistica" da parte dei paesi sviluppati nei confronti di quelli sottosviluppati. Se invece si ritiene che l'estrazione del petrolio porti ricchezza, benessere etc in loco, allora l'agire sarà orientato in senso opposto.
Credo che mai nella storia l'uomo si sia trovato nella condizione di dover riflettere su come consumare.
Le economie medievali erano piuttosto chiuse. Quelle antiche si basavano sulle merci, sui mercati. Anche in quel caso c'era chi sgobbava e chi "faceva i soldi": contadini e mercanti avevano due destini ben differenti. Così è stato anche nel medioevo. Il mercatare dell'epoca moderna è stato una delle forme più meschine di profitto: cianfrusaglie ai capitribù africani in cambio di schiavi (un uomo per una manciata di perline!), schiavi in cambio di tè, tè in patria: al netto, quintali di preziosissimo tè sono costati manciate di perline. Anche quel periodo s'è caratterizzato per la chiusura dei mercati: s'è parlato di mercantilismo. Le famore compagnie delle Indie (orientali, occidentali, inglesi, francesi, olandesi) erano un po' quelle mega-corporazioni di cui si favoleggia in certi film o romanzi di fantascienza, un misto cioè di impresa economica, forza armata e corpo politico. La compagnia cioè faceva soldi, sparava cannoni e governava territori, con il beneplacito delle corone di appartenenza: davvero affascinante.
Con la rivoluzione industriale, certi meccanismi non erano più ammessi: controproducenti!
Mercantilismo? Un orrore. Protezionismo? Sia mai! Infatti, l'imperativo di una qualunque logica di tipo liberista e capitalista è "allargamento dei mercati": volente o nolente, tu devi lavorare, produrre, ma soprattutto spendere, consumare.
L'uomo al giorno d'oggi non è più nato per sopravvivere, per dare il contributo alla sua comunità. L'uomo è cacciato in un contesto di comunità molto più ampio e per certi versi credo io squilibrato, del tutto sproporzionato rispetto a quelli che sono i suoi metri.
Anche adesso la società  esige che il singolo dia il suo contributo, anche oggi tutti pretendono che ciascuno faccia il proprio dovere: ossia che partecipi dello sforzo globale della società.
Il problema però è che non si vede più il senso di tutto ciò. La logica del profitto a tutti i costi, volenti o nolenti, è penetrata in ognuno di noi. Ognuno di noi: anche quelli che si sentono campioni della critica e dell'essere "contro" sono in realtà partecipi della mentalità comune, che è il più sotterraneo esempio di conformismo.
Mi spiego meglio: si è contro il sistema economico, contro il capitalismo, il consumismo etc etc eppure succede che nel fare i nostri ragionamenti ci si esprime in questi termini: si parla di "tempo perso", di "utilità", riferendosi a qualunque cosa, oggetto, sapere, persona, a tutto ciò che esiste si può associare la specifica di "utile" o "inutile". Si effettua una terribile dicotomia del mondo, che del resto non è nulla di nuovo sotto il sole (il primo uomo senziente della Terra, molto probabilmente, guardando il mondo con occhi diversi avrà cominciato a separare in "utile" e "inutile") - ciò che secondo me cambia sono i principi in base ai quali si applica quell'utile.
Non credo si faccia abbastanza attenzione al fatto che l' "utile" di per sè non ha senso. Una cosa, se è utile, deve essere utile in funzione di qualche altra cosa. La donna è "utile" per la riproduzione, per esempio.
Un punto di vista così aberrante impone l'invenzione di un palliativo! L'amore, si intende. O per meglio dire, una certa retorica dell'amore. Del resto, per una donna, essere considerata un utile è quanto di più odioso ci possa essere! Per quale motivo? Perchè si sentono vittime della stessa società di cui sono artefici!
Ammettono che ci sia l'utilitarismo, ma non lo tollerano se applicato ad esse. Il che, diciamocelo, è un atteggiamento molto poco serio - e scarsamente coerente. (*** - in fondo al post)
Tornando al punto: sull'utile non c'è granchè da discutere, ma sul "utile a che cosa" invece SI.
Questo spalanca la porta su di una serie di considerazioni interessantissime e molto molto complesse: cioè sulla ridefinizione dei valori di una società.
Ma torniamo all'Ottocento.
Nell'ottocento il mercato chiuso non è più desiderabile. Per quale motivo? Presto detto: le scoperte tecnologiche rendono la produzione molto più massiccia e a costi molto minori. Ma si dovrà pur trovare qualcuno a cui vendere tutto questo prodotto vero? Ecco dunque che per la prima si sente l'esigenza di allargare i mercati... La politica dell'imperialismo dunque portò al colonialismo: Africa e Asia soggette alle leggi economiche europee. India, Cina, Commonwealth, impero coloniale inglese. Etc etc.
Quando i mercati diventano comunque troppo stretti, ecco affiorare le tensioni. Prima guerra mondiale. Periodo post-bellico, crisi del '29. Totalitarismi, seconda guerra mondiale. Guerra fredda. Lotta fra due sistemi economici: quello capitalista occidentale, e quello pianificato russo.
Inevitabilmente perdente esce quello russo. Faceva paura, ma non era destinato a durare, perchè intrinsecamente non competitivo.

Sul ruolo della speculazione.
Cos'è la speculazione edilizia?

Se tu non riesci a vederci chiaro, non è perchè non c'è nulla: è soltanto perchè non riesci a farti un'idea globale della cosa, la cosa nella sua globalità ti sfugge. Se tu quindi senti la necessità di riportare tutto ai tuoi orizzonti, di ricostruire "in piccolo", è perchè non riesci a cogliere il più grande, ciò che sta più oltre.


(***) = come risolvo la questione. Tiriamo in ballo l'antico adagio, che l'uomo pensa solo a scopare e dopo che s'è tolto la voglia non ne vuole più sapere della donna. Ebbene, sembra quasi che concedere le proprie grazie a un uomo sia quasi sinonimo di sconfitta. L'atto sessuale in sè diventa un disonore.
Con il che, la femmina media italiana dimostra di non aver fatto minimamente un passo avanti rispetto a quella concezione della donna che tanto disprezza in quanto apertamente maschilista. Cioè per molte donne il sesso è ancora un momento dove sembra quasi che a godere sia soltanto l'uomo!
Tutto ciò, inevitabilmente, è stato rafforzato da una sterminata serie di retoriche idiote, del tipo che "il matrimonio è la prigione dell'uomo" tanto per intenderci.
Eppure Pasolini parla in una sua poesia, che mi ha colpito tantissimo, di uomini che un tempo trascorrevano la loro adolescenza senza pensare ad altro che alla donna di cui si sarebbero presi cura, che avrebbero amato. Di certo la classica definizione di macho latino, non vi pare?
Credo che il fenomeno del "maschio italiano" sia una delle tante invenzioni idiote (perchè di cose idiote ne hanno fatto davvero parecchie, i cari anglici) del popolo anglosassone.
Torniamo alla questione del tè e del tabacco: non vi sembra immensamente stupido che milioni di neri siano stati sfruttati sino alla morte siccome i nobiluomini e le nobildonne d'Europa volevano fumare il sigaro e bere il tè alle cinque?
Insomma, il maschio italiano è frutto idiota della retorica anglosassone. La cosa più orrenda, è che ce lo siamo preso pari pari questo stereotipo, e abbiamo cancellato il nostro passato per metterci l'etichetta che gruppetti di ochette con le lentiggini e la parlata bofonchiante hanno cominciato a diffondere inter nos. Che dire, l'Italia ha scoperto il mondo, e non ha capito più un cazzo. Un po' la storia degli anni del boom economico - il periodo, secondo me, in cui è nata questa idiozia.



postato da: umbelizeIT alle ore 23:10 | Link | commenti
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martedì, 11 novembre 2008
Nel continuo ipercompatto della società contemporanea, qualsiasi seme di anticonformismo deve considerarsi a tutti gli effetti un tumore in un corpo. E come tale deve comportarsi.
Qualunque movimento voglia mettere radici profonde all'interno del tessuto sociale, si deve considerare un tumore che attecchisce su di un organismo ostile.
Quando il tumore si sarà ingrossato, avrà sviluppato delle opportune metastasi, solo allora il corpo sociale si porrà il problema. E forse sarà troppo tardi.
Cos'è un tumore (qui copio pari-pari da wikipedia per pigrizia):
  1. acquisizione dell'autonomia moltiplicativa per sopravvenuta incapacità a sottostare ai meccanismi regolatori della proliferazione cellulare;
  2. assenza di inibizione dipendente dalla densità (le cellule normali si moltiplicano fino a una definita densità cellulare, raggiunta la quale diventano quiescenti);
  3. ridotta capacità di adesione con altre cellule o componenti tissutali;
    Qui si può tranquillamente parlare di "asocialità" o termini affini
  4. assenza di matrice extracellulare (spesso digerita da proteasi) che favorisce l'invasione di tessuti normali adiacenti;
    La cellula tumorale deve essere quindi aggressiva
  5. angiogenesi: formazione di nuovi vasi sanguigni per fornire ossigeno e fattori nutritivi alle cellule tumorali;
    La cellula tumorale deve essere autonoma!
  6. riduzione o perdita della capacità differenziativa;
  7. acquisizione della capacità di replicazione illimitata per effetto dell'espressione della telomerasi;
  8. riduzione o perdita della possibilità di andare incontro a morte cellulare programmata (apoptosi).
  9. perdita della cosiddetta inibizione da contatto.
E' interessante notare che mentre sui punti 3,4,5 mi trovo grossomodo a mio agio nel fare un parallelo fra la cellula tumorale e il movimento sociale, per i punti 1,2,6,7,8,9 incontro qualche difficoltà.
Assenza di inibizione, autonomia moltiplicativa, riduzione della differenziazione, replicazione illimitata, tutti meccanismi di controllo che sono presenti in un corpo umano ma che a me sembrano invece assenti in un corpo sociale. E se a questo punto fosse il corpo sociale un enorme e gigantesco tumore?

Credo che la medicina abbia molto da insegnare da questo punto di vista.
In entrambi i casi: se considero la società un corpo e l'eversione della stessa una forma tumorale, allora mi devo occupare delle proprietà del tumore. Se mi risolvo a considerare la società un tumore, e quel poco di essa che non è ancora stata intaccata il residuo di un corpo, allora dovrò indagare sui metodi per combattere il tumore. Di certo, questa è la via che mi sembra più difficile...

Mi piacerebbe sapere quale deve essere il minimo sistema economico.
Ossia: per garantirsi una sopravvivenza decorosa coi frutti del proprio lavoro, di quale minimo sistema economico si deve disporre?
In altre parole, ci deve essere qualcuno che ti fornisce da mangiare se tu di tuo non coltivi nulla. Di conseguenza hai bisogno di un tot di terra coltivata, e di strutture per poterla coltivare.
Se non produci di che vestirti, ci deve essere qualcuno che lo fa per te. Se desideri scrivere qualcosa, ci deve essere qualcuno che ti dà la carta. Se vuoi usare un mezzo ormai diffusissimo come questo computer, devi per forza di cose accettare l'esistenza di tutto il sistema economico che rende possibile il computer. Se riesci a fare a meno del computer, e se riesci a fare a meno anche del televisore, ti resta il giornale. E qui siamo di nuovo nei guai, perchè il giornale è una realtà talmente di massa che comprare un giornale per te può significare solo questo: entrare in contatto con l'enorme economia che sta dietro alla produzione di un giornale. Come si può vedere, il minimo sistema economico si sta facendo grande a dismisura. Prendiamo in considerazione il problema dei trasporti: se vuoi dotarti di una automobile, dovrai per forza di cose accettare l'altrettanto enorme, colossale sistema economico dell'auto. E accanto a quello, a braccetto, sta quell'altro enorme, enormissimo sistema economico, quello del petrolio e della benzina.
Avere un'automobile significa accettare l'esistenza di un percorso di estrazione del petrolio da un giacimento petrolifero, di raffinazione dello stesso in una raffineria, poi trasporto e via dicendo.
Ovvio che l'estrazione del petrolio implica quella colossale questione di affari che ha tanto peso oggi sugli equilibri internazionali - anche qui il discorso si fa ciclopico...
Sfioriamo così continuamente vette altissime nel nostro volo pindarico verso la definizione di un sistema economico minimo.

Sul ruolo della speculazione.
Cos'è la speculazione edilizia?

Se tu non riesci a vederci chiaro, non è perchè non c'è nulla: è soltanto perchè non riesci a farti un'idea globale della cosa, la cosa nella sua globalità ti sfugge. Se tu quindi senti la necessità di riportare tutto ai tuoi orizzonti, di ricostruire "in piccolo", è perchè non riesci a cogliere il più grande, ciò che sta più oltre.
postato da: umbelizeIT alle ore 22:36 | Link | commenti
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